In occasione della Giornata Nazionale del Servizio Civile Universale, Deborah ci racconta la sua esperienza di SCU a La Paz, Bolivia.

“Ci sono frasi che si imprimono nella mente e non la lasciano più. Da quando l’ho sentita per la prima volta, continua a risuonarmi dentro, aprendo uno spazio di silenzio e di pensiero: “Siamo un cimitero di vivi”. Così si è sfogato un signore durante un laboratorio sulla gestione delle emozioni nel carcere di San Pedro. E quelle parole ritornano ogni giorno, perché ciò che incontro entrando nei penali di La Paz sembra dar loro forma: corpi presenti, vite sospese, persone che respirano ma che spesso non riescono più a vivere davvero. 

Fare questo lavoro significa confrontarsi con realtà difficili da comprendere e da elaborare. Ogni giorno si incontrano la crudeltà, la perdita di speranza, la violenza, la rassegnazione. Ma, insieme a tutto questo, emergono anche l’unione, la forza, l’amore, la voglia di cambiare e il desiderio profondo di essere visti e ascoltati. Si vede la solitudine, e allo stesso tempo le lotte incessanti per non lasciarsene travolgere. 

Mi chiedo spesso quanto sarebbe più semplice la vita se fossimo tutti più disposti ad aiutarci, venirci incontro, ascoltarci davvero. Me lo domando quando entro nel Centro di Orientamento Femminile di Obrajes e vedo donne che, per paura, vivono in una continua lotta tra loro. Me lo domando ascoltando i ragazzi del penale di Chonchocoro che confessano di avere più paura del mondo fuori che delle mura che li circondano, per il giudizio che li attende. Me lo chiedo quando cammino per le strade di La Paz e incontro persone accasciate a terra, ubriache, sole, raccontando silenziosamente una vita fatta di esclusione, vissuta ai margini. 

E allora mi chiedo cosa posso fare io, nel mio piccolo, per portare un po’ di bene, per contribuire a qualcosa di grande. È quello che stiamo cercando di fare insieme ai miei compagni: ascoltare le storie di chi non ha mai voce, portarle fuori dal carcere, restituire dignità a chi è stato dimenticato. Lo facciamo senza giudicare, né i crimini né chi li ha commessi, perché spesso dietro quelle storie ci sono sistemi che non hanno funzionato, contesti che schiacciano chi non ha i mezzi per reggere. 

E continuo a chiedermi perché non possiamo essere, semplicemente, più gentili e accoglienti con l’Altro, invece di temerlo o allontanarlo. Forse non cambieremo il mondo, ma possiamo cambiare qualcosa per chi ci sta di fronte. E a volte, questo è già tantissimo.”