I grandi cambiamenti partono sempre da una porta. La porta di casa rappresenta generalmente l’inizio della giornata, così come quella di un mezzo di trasporto segna l’inizio di un viaggio. Tra tutte le porte che esistono al mondo, quella di casa è sicuramente la più familiare a tutti noi: una barriera sottile che segna il passaggio tra il mondo conosciuto e rassicurante della quotidianità domestica e quello esterno, spesso più dinamico e imprevedibile. 

Nella storia dell’umanità, le soglie hanno sempre conservato una forte valenza simbolica, diventando luoghi di confine, di separazione tra ciò che è noto e ciò che ancora non lo è. Basti pensare alle Colonne d’Ercole, che per secoli rappresentarono il limite estremo del mondo conosciuto, fino a trasformarsi, con le grandi esplorazioni oceaniche, nella porta verso il Nuovo Mondo. In tempi più recenti, la Porta di Brandeburgo è diventata il simbolo di un’altra grande separazione: quella di una Germania divisa dal Muro di Berlino, per poi assumere il significato opposto della riunificazione nell’ultimo decennio del Novecento. 

Come ogni oggetto prodotto dall’essere umano, anche le porte possiedono una funzione primaria: permettere o impedire un passaggio, unire ciò che prima era separato e viceversa. Eppure, spesso il loro valore simbolico supera la loro funzione materiale e questi spazi di transizione diventano il simbolo del cambiamento, la metafora di un momento in cui qualcosa termina e qualcos’altro ha inevitabilmente inizio. 

Il viaggiatore è colui che, per definizione, accetta di attraversare la soglia. Che sia la porta di un treno, di una nave o quella sottile apertura nella fusoliera di un aereo, ogni partenza rappresenta per lui l’abbandono temporaneo del conosciuto. Chiunque abbia viaggiato con questi mezzi si sarà sicuramente lasciato catturare dalla vista offerta dal finestrino, osservando da lontano paesaggi sconosciuti e immaginando le storie delle persone che quei luoghi chiamano “casa”. 

Così come le porte, anche le finestre rappresentano un’apertura verso il mondo. Non si attraversano fisicamente, ma ci permettono di spingere lo sguardo oltre, mantenendo chi osserva al riparo dalle intemperie. Rappresentano il confine silenzioso tra chi parte e la propria meta. 

L’ultima volta che mi sono sentito davvero viaggiatore mi trovavo in volo verso La Paz, la capitale de facto dello Stato Plurinazionale della Bolivia. Per la maggior parte dei viaggiatori provenienti dall’Europa, raggiungere la capitale immersa nelle Ande richiede una giornata intera, seguendo gli scali obbligati di Madrid e Santa Cruz de la Sierra. 

Poi, tutto d’un tratto, il paesaggio cambia. 

Dal finestrino dell’aereo, la valle in cui si sviluppa la metropoli paceña si apre agli occhi del viaggiatore come una profonda ferita incisa nella pelle dell’altopiano, sovrastata dall’immensa distesa di case in mattone crudo che compongono El Alto, la seconda città più popolosa della Bolivia. Nata per accogliere le grandi ondate migratorie indigene provenienti dalle campagne nel corso del secolo scorso, El Alto continua a espandersi seguendo una logica orizzontale, mentre l’architettura di La Paz sembra sfidare la gravità crescendo in verticale, con edifici dai colori più disparati che superano facilmente i trenta piani. Anche per questo motivo, il centro della capitale, visto dall’alto, ricorda la trama di un aguayo, il tipico tessuto andino che le cholitas, donne di discendenza indigena, portano sempre con sé. In quei drappi trasportano qualsiasi cosa: le proprie wawas, i bambini in lingua aymara, oltre alle merci comprate o destinate ai numerosi mercati sparsi per la città. 

Esiste tuttavia un paradosso che colpisce chiunque si soffermi a osservare attentamente la conformazione urbana di La Paz: la città del cielo, delle nuvole che corrono più veloci dello sguardo, sembra paradossalmente allontanarsi sempre più dal proprio orizzonte celeste. I nuovi palazzi, che lentamente si insinuano nelle venature urbane della valle, convivono e talvolta si sovrappongono alle vecchie abitazioni vernacolari dai tetti bassi e dalla presenza più discreta. Molte di queste nuove costruzioni vengono progettate senza finestre laterali, quasi ad attendere l’arrivo di altre torri di cemento e vetro destinate a riempire i pochi spazi ancora vuoti della città. E così, lentamente e inesorabilmente, il profilo della capitale andina cambia ogni giorno, sottraendo poco alla volta allo sguardo dell’osservatore quel cielo che per secoli ne ha rappresentato l’orizzonte. 

A La Paz ho imparato anche che non tutte le porte sono fatte per rimanere aperte e che non tutto ciò che si trova al di là delle finestre rappresenta una meta raggiungibile. 

Nel carcere autogestito di San Pedro, immerso nel centro nevralgico della capitale, le pesanti porte che separano la vita di dentro da quella di fuori conservano ancora i fori dei proiettili sparati dalla polizia nel corso delle numerose rivolte che quelle quattro mura hanno attraversato nei decenni passati. 

Consegniamo le credenziali ai secondini mentre la pesante porta si chiude alle nostre spalle con un suono metallico. Altri due timbri sul braccio. Saranno anche gli ultimi: tra tre giorni torneremo in Italia, dalle nostre famiglie e dai nostri amici, ripercorrendo gli stessi scali in direzione contraria. Affacciati al finestrino di un aereo, ripercorreremo con lo sguardo dall’alto quelle vie che, per un breve tratto della nostra esistenza, abbiamo potuto chiamare “casa”. 

Ci dirigiamo verso la piccola stanza adibita a chiesa che ci viene concessa per svolgere le attenzioni individuali, percorrendo una scala in legno che collega il piano terra al secondo piano. Accanto a noi, sul corrimano, fili elettrici di ogni colore sembrano accompagnarci come serpenti appostati sui tronchi di un albero in attesa della loro preda. Ogni gradino ci sottrae un’altra porzione di fiato. 

Così come la città, anche San Pedro è in continua espansione verticale, ci spiega uno dei delegati che ci aiuta nella realizzazione dei laboratori, indicandomi dalla finestra un nuovo piano in costruzione. Attraverso l’esoscheletro di quello che sarà il quarto piano della sezione si possono ancora intravedere gli ultimi piani della Casa Grande del Pueblo, la nuova residenza presidenziale boliviana inaugurata nel 2018 durante il governo di Evo Morales. Da un lato, il centro del potere di un intero Paese;, dall’altro, le future celle di uomini ai quali la libertà verrà negata. 

Si consuma la prima parte della giornata e ci dirigiamo verso la sezione di San Martín; si dice che lì il cibo sia migliore. Consumiamo il nostro ultimo pasto quando, tutto d’un tratto, entrano due militari in divisa. Si vocifera che uno dei compañeros della sezione si sia tolto la vita in bagno. 

«Tra poco lo porteranno fuori in barella», ci dice uno dei nostri amici. 

Nel frattempo, intorno a noi, la vita sembra proseguire nella più totale normalità: alcuni giocano a carte, altri a calcetto, altri ancora seguono assorti alla televisione le ultime notizie del Mondiale di calcio. Dietro una porta chiusa, però, uno di loro aveva deciso che non valesse più la pena attraversarne altre. 

Nel pomeriggio veniamo salutati dai compañeros che ci hanno accompagnato nei laboratori nel corso di tutto l’anno. Recuperiamo le nostre credenziali e la porta si chiude nuovamente alle nostre spalle, questa volta in senso contrario. 

Comprendo che le porte non hanno lo stesso valore per tutti. Alcune conducono verso luoghi che abbiamo scelto. Altre, invece, si chiudono alle nostre spalle senza che nessuno lo desideri. E forse è proprio il peso di quelle soglie, più ancora della distanza percorsa, a determinare la direzione della nostra vita. 

Eros Mulachiè, civilista a La Paz, Bolivia