Da La Paz a casa: quando una distanza diventa un ricordo

Un anno a La Paz, tra nuove abitudini, incontri e distanze immense. Andrea, volontario in Servizio Civile con CVCS, racconta il viaggio che lo ha portato a scoprire che “casa” non è soltanto il luogo da cui si parte, ma anche quello in cui si impara a vivere.

“Un anno fa sono arrivato a La Paz con molte valigie e la sensazione di essere, letteralmente, dall’altra parte del mondo. Poi, esplorando la città, mi sono reso conto di essere atterrato davvero in un altro mondo: un altro modo di vivere, un altro sistema, un’altra prospettiva. 

All’inizio tutto sembrava distante: la lingua, le abitudini, i ritmi, i sapori, così diversi da quelli a cui siamo abituati in Europa. Casa era altrove. 

Il momento in cui ho capito che qualcosa era cambiato è arrivato dopo un lungo viaggio. Tornando a La Paz, appena sceso dal bus, ho sentito gli odori della città. Per la prima volta non mi sono sembrati estranei, ma familiari. È stato in quell’istante che ho capito che La Paz era diventata casa. Le strade non erano più sconosciute, i volti erano ormai familiari, i saluti quotidiani con i colleghi, la caserita sotto casa che ormai mi conosceva, i tragitti in teleferica tutto questo aveva preso il posto dello spaesamento. Così mi sono reso conto che “casa” non è soltanto il luogo da cui si parte, ma anche quello in cui si impara a vivere. 

Il Sudamerica mi ha insegnato anche un altro significato della parola distanza. In Europa siamo abituati a pensare che poche ore di viaggio ci portino in un altro Paese. Lì, invece, le distanze sono immense: attraversare una regione può richiedere un’intera notte, raggiungere un luogo significa affrontare centinaia di chilometri. Eppure, proprio in quegli spazi così grandi, i rapporti umani sembrano spesso più vicini. Sarò sempre grato ai compagni e alle compagne di viaggio che ho incontrato lungo questo percorso: persone che, giorno dopo giorno, hanno trasformato una città lontana da casa in una seconda famiglia. 

Quando è arrivato il momento di ripartire, mi sono accorto che non stavo lasciando soltanto un Paese. Stavo salutando una casa che non avrei mai immaginato di avere. È meraviglioso come il cuore riesca ad allargarsi, non sostituendo il luogo da cui vieni, ma trovando spazio per un altro. Da qui ho capito che alcune distanze si misurano in chilometri, mentre altre  si misurano in ricordi. E quelle, anche tornato a casa, non smettono mai di accompagnarti. 

Un grazie speciale a CVCS che ha reso possibile tutto questo.”

Andrea Varotto, Caschi Bianchi 2025-2026

STORIE DI VITA

Ci sono esperienze che continuano a parlare anche dopo il rientro. Non sono solo i luoghi visitati o le attività svolte a lasciare il segno, ma soprattutto gli incontri, le persone e le domande che ci accompagnano nel tempo. 

Ecco il racconto di Deborah, volontaria in Servizio Civile Universale a La Paz, al termine della sua esperienza. 

Da dove veniamo, chi siamo, dove vogliamo andare?
“Sono seduta su un aereo che mi sta riportando dall’altra parte del mondo. Un anno fa era stato un altro aereo a portarmi via dall’Italia, verso una terra che fino a quel momento avevo immaginato soltanto. Ricordo ancora l’adrenalina di quel viaggio, la curiosità di conoscere un paese completamente nuovo, l’entusiasmo di iniziare un lavoro che sognavo da tempo.
Ricordo anche la paura di lasciare la mia città e di non ritrovarla più uguale al mio ritorno.
Stavolta, invece, provo qualcosa di diverso. Non è paura: è nostalgia. Nostalgia per quello che ho vissuto, per le persone che ho incontrato, per la versione di me che ho conosciuto a migliaia di chilometri di distanza da quella che avevo lasciato in Italia. È come se una parte fosse già tornata e un’altra fosse rimasta sospesa tra le montagne di La Paz. E così, mentre
parte l’aereo, partono anche i miei pensieri.
Ripenso a tutte le persone che hanno attraversato questo anno e a quanto abbiano contribuito a cambiarlo. Ogni incontro, ogni conversazione, ogni storia ascoltata ha trovato spazio dentro di me. Alcune si sono fuse con parti della mia storia, altre hanno messo in discussione certezze che pensavo di avere. Tutte, in qualche modo, mi hanno trasformata.
Mi chiedo se, una volta atterrata, quelle persone continueranno a far parte della mia vita, se io continuerò a far parte della loro. Mi chiedo se sono cambiata al punto da non riconoscermi più nel luogo che per anni ho chiamato casa o se, tornando, saranno gli altri a non riconoscere più me. Provo a ricordare il profumo del mare, il caffè del mattino, il caldo insopportabile dell’estate italiana che, incredibilmente, mi è mancato durante l’inverno di La Paz. Ma insieme a quei ricordi ne arrivano altri: l’affanno dei quattromila metri di altitudine, le salite infinite che sembravano più dure di un allenamento in palestra, le montagne che ogni
mattina sembravano ricordarmi quanto fossi piccola. Il traffico caotico, i mercati, il rumore dei minibus, le risate condivise a fine giornata con gli amici, le cene improvvisate. E adesso che sto tornando mi accorgo che mi mancheranno persino quelle salite che all’inizio odiavo.
Forse è proprio questo che fanno i luoghi quando li abitiamo davvero: smettono di essere soltanto luoghi e diventano parte di noi. Ma se i luoghi cambiano, sono soprattutto le persone a farlo. Penso a chi si è dovuto abituare alla mia assenza, a tutte le persone che hanno continuato la loro vita mentre io costruivo la mia dall’altra parte del mondo. E penso anche a quante persone, nello stesso tempo, si sono abituate alla mia presenza. Penso ai miei coinquilini, diventati compagni di vita e famiglia. Siamo stati un puzzle capace di incastrarsi nel momento giusto, senza dover forzare nulla.
Mi torna in mente una domanda che mi ha accompagnata in questo periodo. Che cos’è davvero una storia di vita? Ho pensato che fosse un insieme di ricordi ordinati nel tempo. Una data di nascita, una successione di eventi, fotografie che raccontano ciò che è stato. Forse, però, è molto di più. È un filo invisibile che collega persone, luoghi, desideri e che continua a trasformarsi ogni volta che qualcuno entra nella nostra vita o che noi entriamo nella vita di qualcun altro. Quando sono arrivata in Bolivia pensavo di partire per conoscere un Paese, una cultura, un progetto. Poi è successo qualcosa che non avevo previsto. Poco a poco ho smesso di essere soltanto un’osservatrice e mi sono accorta che stavo entrando, anch’io, nella storia di qualcun altro. All’inizio varcavo il cancello del carcere per osservare, ascoltare e svolgere il mio lavoro nel modo più attento possibile. Con il tempo, però, ho
capito che quelle storie non rimanevano dentro quelle mura: ogni volta che uscivo, le portavo con me. Lasciavano una traccia, cambiando il modo in cui guardavo quel luogo. Ho pensato a Doña Carla. A quante persone l’hanno incontrata prima di me. Ai volontari arrivati anni fa e a quelli che arriveranno quando io sarò già tornata in Italia. Ho pensato a come la sua storia continui a vivere ogni volta che qualcuno la racconta, ogni volta che qualcuno decide di fermarsi ad ascoltarla. Ho pensato a Monica, a come la sua vita si sia intrecciata con quella di Doña Carla, a come certe persone entrano nelle vite degli altri e, quasi senza accorgersene, cambino la direzione del proprio cammino. Forse è questo il senso delle storie di vita. Non finiscono quando finisce una persona. Continuano nelle persone che quella vita ha attraversato. Entrando nelle carceri di La Paz pensavo di trovare
soprattutto storie di reati. Mi sono resa conto molto presto che stavo incontrando, prima di
tutto, storie di persone. Persone che avevano sbagliato o che avevano subito. Persone innocenti o persone colpevoli. Persone che, molto più semplicemente, stavano cercando di sopravvivere. È lì che ho iniziato a chiedermi cosa significhi davvero la parola violenza, cosa significhi davvero la parola giustizia. Dietro ogni gesto violento sembrava esserci una
storia precedente, un’infanzia, una famiglia, una povertà, un abbandono, un abuso. Una persona. Una storia di vita. Questo non significa giustificare la violenza. Significa provare a comprenderne il percorso. Perché comprendere non vuol dire assolvere. Vuol dire ricordarsi che nessuno nasce nel vuoto e che ogni persona arriva nel presente portandosi addosso tutto ciò che è venuto prima. Allo stesso tempo, però, ho incontrato persone costrette a pagare per colpe che non appartenevano loro. Persone che, semplicemente, non avevano gli strumenti economici per difendersi. Perché la giustizia, troppo spesso, non è uguale per tutti. A volte dipende anche da quanto puoi permetterti qualcuno disposto a lottare per te. Tra tutte le persone che ho conosciuto ce n’è una che continua a tornarmi in mente. La chiamerò Marta. Ha quasi sessant’anni e porta sul volto una serenità che non riesco ancora a spiegarmi. Mi racconta di essere finita in carcere dopo essere stata incastrata da una persona di cui si fidava. Potrebbe vivere nella rabbia. Potrebbe lasciare che quel dolore definisca tutto il resto. E invece no. Continua a studiare. Continua ad aiutare
le altre donne. Continua a credere che il bene abbia ancora senso. Un giorno parlando mi dice una frase che non credo dimenticherò mai. «Sono una donna libera.» Me lo dice all’interno delle mura del centro di Obrajes. Resto in silenzio. Poi sorride e aggiunge: «La libertà è una questione mentale.» Esco da quell’incontro continuando a ripetermi le sue parole e penso a quante sbarre abbiano occupato la mia vita pur non avendo mai vissuto in carcere. Penso a tutte le volte in cui sono stata io stessa a costruire le pareti entro cui restare. Quella donna mi ha insegnato qualcosa sulla libertà che nessun libro avrebbe
potuto spiegarmi. Qualche settimana dopo incontro Walter. Ogni volta che un processo si conclude male lo trovo comunque pronto a cercare un’altra possibilità. «Non mi piace darmi per vinto» mi dice spesso. «È sempre meglio cercare una soluzione che convincersi che non esista.» Sono le persone che vivono ogni giorno dietro quelle mura a insegnarmi che la
speranza è una scelta quotidiana. La vedo nelle persone che decidono di iscriversi ai laboratori, ai corsi, alle attività formative. Persone che avrebbero mille motivi per lasciarsi andare e che invece continuano a investire su un futuro che, spesso, nemmeno vedono, per uscire diverso, per dare un significato al tempo. Perché il tempo, anche in carcere, continua a scorrere. Lì il tempo è forse il protagonista silenzioso di tutte le vite. Scorre mentre cresciamo, mentre aspettiamo, mentre perdiamo qualcuno. Scorre mentre siamo dall’altra parte del mondo, mentre siamo convinti che nulla stia cambiando. E invece cambia tutto.
Anche noi.
Ho creduto che esistessero storie troppo lontane dalla mia, troppo diverse o complesse perché potessi sentirle vicine. Poi ho scoperto che la distanza geografica non coincide quasi mai con la distanza umana. Le vite trovano sempre un modo per incontrarsi. Una donna che racconta la propria paura riesce a farti ricordare una paura che pensavi di aver dimenticato. Un padre che parla della figlia ti fa pensare alla tua famiglia. Una persona che ti racconta cosa significhi perdere la libertà ti costringe a chiederti quali siano le tue prigioni.
Non sempre una cultura diversa ti impedisce di riconoscerti nelle storie degli altri. A volte succede esattamente il contrario. Credo sia stato questo il regalo più grande che la Bolivia mi ha fatto: mi ha insegnato a spostare lo sguardo. Vivendo accanto a persone con possibilità profondamente diverse dalle mie, mi sono resa conto che il privilegio non è sentirsi fortunati. È potersi permettere cose che spesso consideriamo normali semplicemente perché non abbiamo mai dovuto rinunciarvi. Credo che vivere dall’altra parte del mondo faccia anche questo. Ti mette davanti alle situazioni senza possibilità di distrarti.
Ti toglie tutte quelle abitudini che fino a quel momento avevano definito chi pensavi di essere. Non hai più la tua casa, le tue strade, i tuoi amici. Non hai più i tuoi punti di riferimento. E allora rimani solo tu. Ed è impossibile non iniziare ad ascoltarsi o ascoltare.
Per questo, nei giorni più difficili, tornava sempre la stessa domanda. Cos’è casa? Casa era il luogo dove avevo vissuto, era la mia famiglia, erano gli amici che avevo lasciato? Chi è casa? Torno a chiedermi dove siamo noi, dentro tutto questo. Quattro civilisti e un tesista partono per la Bolivia. Ognuno con la propria storia. Ognuno con le proprie aspettative.
Ognuno convinto, forse, di sapere perché stesse partendo. Ma nessuno di noi poteva immaginare quante persone avrebbero cambiato il senso di quel viaggio. Perché questa è la storia di Deborah e di Sara. Ma è anche la storia di Eros, Andrea, Diego e Antoine. È la storia degli operatori che ci hanno accolto e accompagnato. Delle persone che hanno scelto di fidarsi di noi e di condividere parti della loro vita. È la storia di chi c’era prima del nostro arrivo e ha costruito il progetto che ci ha permesso di esserci. Ed è la storia di chi arriverà dopo di noi. Forse è questo che significa davvero fare servizio civile. Non arrivare con l’idea
di cambiare la vita degli altri. Ma lasciare che l’incontro cambi anche la nostra. Significa accettare che non tutte le domande avranno una risposta, che non tutte le ingiustizie potranno essere risolte. Ma significa anche continuare a esserci, ad ascoltare, a costruire relazioni, perché a volte è proprio lì che inizia il cambiamento. Ripenso a una frase che mi è rimasta impressa durante quest’anno. «No es su lucha, señorita.» Ho creduto che avessero ragione. Oggi penso che alcune lotte non diventino mai completamente nostre, ed è giusto così. Sarebbe presuntuoso pensarlo. Ma credo anche che esistano storie che, una volta
ascoltate davvero, ci rendano inevitabilmente responsabili. Responsabili di custodirle, di raccontarle con rispetto, di non lasciarle cadere nel silenzio. Perché forse è questo che possiamo fare. Non parlare al posto degli altri. Ma permettere che le loro voci continuino a viaggiare. Così come le loro vite hanno continuato a viaggiare dentro di noi. L’aereo continua il suo viaggio. Fuori dal finestrino le montagne diventano sempre più piccole, fino a confondersi con le nuvole e a lasciare posto al mare. Sorrido. Perché ho capito che non sono i luoghi a cambiare davvero. Siamo noi. Ed è giusto che sia così. Sarebbe strano attraversare il mondo e tornare identici. Forse crescere significa proprio accettare che alcune parti di noi rimangano nei luoghi che abbiamo abitato e che, allo stesso tempo, quei luoghi continuino ad abitare noi. Forse casa non è una città. Non è una lingua. Non è un
indirizzo. Forse casa sono le persone che ci hanno permesso di sentirci visti. Le storie che ci
hanno accolto. Le relazioni che hanno trovato spazio dentro di noi.
E forse una storia di vita non chiede di essere capita fino in fondo. Non chiede di essere spiegata. Non chiede nemmeno di essere risolta. Chiede soltanto di essere ascoltata. E poi, con tutta la cura possibile, raccontata.”

I grandi cambiamenti partono sempre da una porta

I grandi cambiamenti partono sempre da una porta. La porta di casa rappresenta generalmente l’inizio della giornata, così come quella di un mezzo di trasporto segna l’inizio di un viaggio. Tra tutte le porte che esistono al mondo, quella di casa è sicuramente la più familiare a tutti noi: una barriera sottile che segna il passaggio tra il mondo conosciuto e rassicurante della quotidianità domestica e quello esterno, spesso più dinamico e imprevedibile. 

Nella storia dell’umanità, le soglie hanno sempre conservato una forte valenza simbolica, diventando luoghi di confine, di separazione tra ciò che è noto e ciò che ancora non lo è. Basti pensare alle Colonne d’Ercole, che per secoli rappresentarono il limite estremo del mondo conosciuto, fino a trasformarsi, con le grandi esplorazioni oceaniche, nella porta verso il Nuovo Mondo. In tempi più recenti, la Porta di Brandeburgo è diventata il simbolo di un’altra grande separazione: quella di una Germania divisa dal Muro di Berlino, per poi assumere il significato opposto della riunificazione nell’ultimo decennio del Novecento. 

Come ogni oggetto prodotto dall’essere umano, anche le porte possiedono una funzione primaria: permettere o impedire un passaggio, unire ciò che prima era separato e viceversa. Eppure, spesso il loro valore simbolico supera la loro funzione materiale e questi spazi di transizione diventano il simbolo del cambiamento, la metafora di un momento in cui qualcosa termina e qualcos’altro ha inevitabilmente inizio. 

Il viaggiatore è colui che, per definizione, accetta di attraversare la soglia. Che sia la porta di un treno, di una nave o quella sottile apertura nella fusoliera di un aereo, ogni partenza rappresenta per lui l’abbandono temporaneo del conosciuto. Chiunque abbia viaggiato con questi mezzi si sarà sicuramente lasciato catturare dalla vista offerta dal finestrino, osservando da lontano paesaggi sconosciuti e immaginando le storie delle persone che quei luoghi chiamano “casa”. 

Così come le porte, anche le finestre rappresentano un’apertura verso il mondo. Non si attraversano fisicamente, ma ci permettono di spingere lo sguardo oltre, mantenendo chi osserva al riparo dalle intemperie. Rappresentano il confine silenzioso tra chi parte e la propria meta. 

L’ultima volta che mi sono sentito davvero viaggiatore mi trovavo in volo verso La Paz, la capitale de facto dello Stato Plurinazionale della Bolivia. Per la maggior parte dei viaggiatori provenienti dall’Europa, raggiungere la capitale immersa nelle Ande richiede una giornata intera, seguendo gli scali obbligati di Madrid e Santa Cruz de la Sierra. 

Poi, tutto d’un tratto, il paesaggio cambia. 

Dal finestrino dell’aereo, la valle in cui si sviluppa la metropoli paceña si apre agli occhi del viaggiatore come una profonda ferita incisa nella pelle dell’altopiano, sovrastata dall’immensa distesa di case in mattone crudo che compongono El Alto, la seconda città più popolosa della Bolivia. Nata per accogliere le grandi ondate migratorie indigene provenienti dalle campagne nel corso del secolo scorso, El Alto continua a espandersi seguendo una logica orizzontale, mentre l’architettura di La Paz sembra sfidare la gravità crescendo in verticale, con edifici dai colori più disparati che superano facilmente i trenta piani. Anche per questo motivo, il centro della capitale, visto dall’alto, ricorda la trama di un aguayo, il tipico tessuto andino che le cholitas, donne di discendenza indigena, portano sempre con sé. In quei drappi trasportano qualsiasi cosa: le proprie wawas, i bambini in lingua aymara, oltre alle merci comprate o destinate ai numerosi mercati sparsi per la città. 

Esiste tuttavia un paradosso che colpisce chiunque si soffermi a osservare attentamente la conformazione urbana di La Paz: la città del cielo, delle nuvole che corrono più veloci dello sguardo, sembra paradossalmente allontanarsi sempre più dal proprio orizzonte celeste. I nuovi palazzi, che lentamente si insinuano nelle venature urbane della valle, convivono e talvolta si sovrappongono alle vecchie abitazioni vernacolari dai tetti bassi e dalla presenza più discreta. Molte di queste nuove costruzioni vengono progettate senza finestre laterali, quasi ad attendere l’arrivo di altre torri di cemento e vetro destinate a riempire i pochi spazi ancora vuoti della città. E così, lentamente e inesorabilmente, il profilo della capitale andina cambia ogni giorno, sottraendo poco alla volta allo sguardo dell’osservatore quel cielo che per secoli ne ha rappresentato l’orizzonte. 

A La Paz ho imparato anche che non tutte le porte sono fatte per rimanere aperte e che non tutto ciò che si trova al di là delle finestre rappresenta una meta raggiungibile. 

Nel carcere autogestito di San Pedro, immerso nel centro nevralgico della capitale, le pesanti porte che separano la vita di dentro da quella di fuori conservano ancora i fori dei proiettili sparati dalla polizia nel corso delle numerose rivolte che quelle quattro mura hanno attraversato nei decenni passati. 

Consegniamo le credenziali ai secondini mentre la pesante porta si chiude alle nostre spalle con un suono metallico. Altri due timbri sul braccio. Saranno anche gli ultimi: tra tre giorni torneremo in Italia, dalle nostre famiglie e dai nostri amici, ripercorrendo gli stessi scali in direzione contraria. Affacciati al finestrino di un aereo, ripercorreremo con lo sguardo dall’alto quelle vie che, per un breve tratto della nostra esistenza, abbiamo potuto chiamare “casa”. 

Ci dirigiamo verso la piccola stanza adibita a chiesa che ci viene concessa per svolgere le attenzioni individuali, percorrendo una scala in legno che collega il piano terra al secondo piano. Accanto a noi, sul corrimano, fili elettrici di ogni colore sembrano accompagnarci come serpenti appostati sui tronchi di un albero in attesa della loro preda. Ogni gradino ci sottrae un’altra porzione di fiato. 

Così come la città, anche San Pedro è in continua espansione verticale, ci spiega uno dei delegati che ci aiuta nella realizzazione dei laboratori, indicandomi dalla finestra un nuovo piano in costruzione. Attraverso l’esoscheletro di quello che sarà il quarto piano della sezione si possono ancora intravedere gli ultimi piani della Casa Grande del Pueblo, la nuova residenza presidenziale boliviana inaugurata nel 2018 durante il governo di Evo Morales. Da un lato, il centro del potere di un intero Paese;, dall’altro, le future celle di uomini ai quali la libertà verrà negata. 

Si consuma la prima parte della giornata e ci dirigiamo verso la sezione di San Martín; si dice che lì il cibo sia migliore. Consumiamo il nostro ultimo pasto quando, tutto d’un tratto, entrano due militari in divisa. Si vocifera che uno dei compañeros della sezione si sia tolto la vita in bagno. 

«Tra poco lo porteranno fuori in barella», ci dice uno dei nostri amici. 

Nel frattempo, intorno a noi, la vita sembra proseguire nella più totale normalità: alcuni giocano a carte, altri a calcetto, altri ancora seguono assorti alla televisione le ultime notizie del Mondiale di calcio. Dietro una porta chiusa, però, uno di loro aveva deciso che non valesse più la pena attraversarne altre. 

Nel pomeriggio veniamo salutati dai compañeros che ci hanno accompagnato nei laboratori nel corso di tutto l’anno. Recuperiamo le nostre credenziali e la porta si chiude nuovamente alle nostre spalle, questa volta in senso contrario. 

Comprendo che le porte non hanno lo stesso valore per tutti. Alcune conducono verso luoghi che abbiamo scelto. Altre, invece, si chiudono alle nostre spalle senza che nessuno lo desideri. E forse è proprio il peso di quelle soglie, più ancora della distanza percorsa, a determinare la direzione della nostra vita. 

Eros Mulachiè, civilista a La Paz, Bolivia